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omelia per vittime missioni internazionali

IL VESCOVO
OMELIA PER LE VITTIME DELLE MISSIONI MILITARI INTERNAZIONALI
Omelia alla S. Messa nella Giornata del ricordo dei Caduti militari e civili
nelle missioni internazionali di supporto alla pace
12 NOVEMBRE 2021
Roma, Basilica S. Maria in Ara Coeli, 12 novembre 2021

Carissimi, la memoria dei caduti militari e civili nelle Missioni Internazionali è, per noi, molto più di un ricordo. È un appuntamento in cui ritrovarsi insieme, per ritrovare la forza per camminare e le ragioni per rinnovare, ciascuno in modo diverso, impegni e scelte di vita che aiutino la memoria dei nostri cari a sopravvivere e ad essere testimonianza e insegnamento prezioso, anche per le generazioni future. Così come sono una testimonianza viva e insostituibile coloro i quali, nelle stesse missioni, sono stati feriti talora in modo grave e invalidante e ne portano le conseguenze con dignità, con coraggio, talora con una reattività che li rende straordinari esempi di rinascita. Grazie!

In questi giorni, alla fine dell’Anno Liturgico, il Vangelo propone alcune parole pronunciate da Gesù poco prima della Passione, come per invitarci a guardare avanti, in una prospettiva che, in un primo momento, potrebbe far paura.

È il timore che le cose finiscano, che venga la “fine del mondo” di cui ogni tanto sentiamo parlare e della quale non comprendiamo esattamente il significato. C’è la paura della morte che sottende tutto questo; e di una morte intesa come fine, fine di tutto.

Voi, cari familiari e amici dei nostri caduti, vi siete incontrati con la morte in modo violento, quasi con la rapidità che il Vangelo oggi descrive: tanto in fretta da non fare in tempo a scendere dal terrazzo o tornare dal campo….

È vero. La morte dei nostri caduti è stata una morte improvvisa… tragica. E penso sia un terribile strappo al cuore ripensare a quei momenti traumatici e che faccia ancor più male pensare ai loro ultimi istanti, alla solitudine, alla sofferenza, alla paura che possono aver vissuto.

Eppure, la Parola di Dio non si riferisce a questo, non vuole parlare di fine. O meglio, vuole offrire le indicazioni perché ogni fine – morte compresa – non significhi fine di tutto e non faccia paura. La “fine”, nel brano evangelico (Lc 17,26-37), appartiene infatti a chi pensi a mangiare, bere, comprare, vendere… Chi vive così ha paura della morte perché tale modo di impostare la vita è destinato alla conclusione, è destinato a finire: della cura esagerata che poniamo nel soddisfare i nostri bisogni e accumulare i nostri averi, non resta nulla. E tutto questo certo non regala senso alla vita.

Bisogna, pertanto, guardare non “avanti” ma… “più avanti”: guardare “oltre”!

Oltre se stessi, anzitutto. È quanto sanno fare donne e uomini delle Forze Armate Italiane, è quanto hanno saputo fare i nostri caduti. Impostare la vita non nella corsa alla soddisfazione di esigenze o ambizioni egoistiche, ma nella ricerca di quel «bene comune» che è per tutti e offre, a chi lo persegua, la possibilità di sperimentare la gioia di quanto invita a fare Gesù: «perdere» la propria vita per salvarla, per «mantenerla viva» dice la nuova traduzione della Bibbia.

Non siamo nati per morire, siamo nati per questo: per restare vivi! E la vita, che si consuma naturalmente, si mantiene viva solo se è volontariamente consumata per una ragione d’amore. Come luce, essa rimane accesa solo se si consuma e, così, riesce ad illuminare molti. Oggi vediamo risplendere le luci accese dai nostri cari caduti, testimonianza viva e istruttiva, formativa anche per le generazioni future.

C’è dunque una sorta di contrasto tra due modi di vivere: uno a servizio degli altri e l’altro alla ricerca di se stessi; che è poi il contrasto che passa tra gli operatori di pace, di giustizia e di legalità e coloro che, al contrario, utilizzano le vie anguste della violenza, della prevaricazione e dello scarto per perseguire i propri fini ed imporre i propri interessi.

È questa la logica della guerra, dei totalitarismi che tolgono libertà, del dominio dei potenti sui deboli; una logica contro la quale il servizio dei militari italiani cerca di lottare, non solo con la dedizione e la competenza ma anche, direi, con la prontezza.

Mentre celebriamo l’Eucaristia per i caduti, ancora in tempo di pandemia, non possiamo non ricordare pure i nostri uomini morti perché contagiati dal Covid 19, a motivo della prontezza dimostrata nei diversi servizi di emergenza, di ordine, di soccorso, di sanità…

È la prontezza di chi non si tira indietro, pagando un tributo spesso pesante per contrastare l’indifferenza che, diceva Madre Teresa di Calcutta, è il peggior male. Il messaggio evangelico, oggi, mette in luce proprio il valore di questa prontezza, caratteristica di chi non esita dinanzi al bisogno e non ha bisogno di riflettere, potremmo dire, per scegliere se donare la propria vita: perché ha vissuto tutta la vita così!

È l’esempio eloquente dei nostri caduti; ed è l’insegnamento di cui hanno bisogno i nostri giovani, per fuggire i pacifismi sterili e gli slogan vuoti e imparare a intercettare il grido di chi è oppresso dall’ingiustizia, dalla povertà, dalla violenza, con la stessa tenacia con cui stanno intercettando il grido della terra e gridano, a loro volta, per svegliare la coscienza di un mondo ripiegato su se stesso e sul proprio consumismo individualista, ignaro della devastazione che ciò procura all’ambiente.

Guardate oltre, cari giovani e cari giovani militari!

Guardate oltre la prospettiva di chi, come dice Papa Francesco, si accontenta di osservare la vita da un balcone, di confondere la felicità con un divano o di passare la vita davanti a uno schermo…[1]. Chi vorrà salvare la propria vita la perderà: per ricordarlo, guardate a modelli quali i caduti che oggi ricordiamo.

Ma come indirizzare il nostro sguardo? Come mantenerlo costantemente proiettato oltre noi stessi e capace di accorgersi di coloro che gridano aiuto?

«I cieli narrano la gloria di Dio, l’opera delle sue mani annuncia il firmamento», canta il Salmista (Salmo 18 [19]), mentre dalla prima Lettura (Sap 13,1-9) viene indicata quella Sapienza che non si ferma a vedere le cose in se stesse, neppure a contemplarne la bellezza, ma riconosce in Dio l’autore di tutto, pure dell’ordine che regge il mondo.

Guardare oltre, cari amici, è guardare in Alto!

È saper vedere le meraviglie di Dio, delle quali l’uomo vivente è certo la più grande, mettendosi al Suo servizio per custodirle; è saper difendere la pace che – ricordava Papa Giovanni XXIII – non è che frutto dell’ordine da Dio impresso nell’universo[2].

Se i nostri caduti hanno saputo dire sì a una vita donata e a una morte vissuta per amore è perché hanno continuato a guardare in alto. Così, non si sono sentiti soli nello scegliere di perdere la propria vita; così, non si sono sentiti soli durante la morte. E il loro sguardo, dall’alto, non fa sentire soli voi, familiari, colleghi, amici. Non fa sentire soli neppure noi, Chiesa, famiglia che tiene nel cuore della sua affettuosa preghiera i caduti e i feriti, dicendo per tutti loro e a tutti loro un commosso grazie.

E così sia!


Sap 13,1-9; Dal Sal 18 (19). Lc 17,26-37

[1] Cfr. Francesco, Esortazione Apostolica Christus Vivit, 143

[2] Cfr. Giovanni XXIII, Lettera Enciclica Pacem in Terris, 1
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