Il M.P. Traditiones custodes - scuolafraterna

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Il M.P. Traditiones custodes

IL PAPA
IL M.P. TRADITIONES CUSTODES
L'INDULTO DI AGATHA CHRISTIE

Molti interventi di Papa Francesco compaiono nei media con varie forzature. Proviamo a dare al suo ultimo intervento qualche riferimento storico, fiduciosi di potercene fare un'idea positiva, un po' rassegnati e un po' pazienti per l'abitudine dell'uomo contemporaneo a dover sempre affermare qualcosa contro qualcun altro.
Nel 1971, appena promulgata l'anno prima l'edizione tipica del nuovo messale riformato come voluto dal Concilio Vaticano II, il Papa Paolo VI concesse il permesso di celebrare “la Messa tridentina” ai Vescovi inglesi e gallesi, per gruppi precisi in occasioni speciali. Tale concessione fu chiamata “l'indulto di Agatha Christie", benché il documento fosse stato chiesto e inviato, come di rito, al card. J. C. Heenan.
Perché? Perché la famosissima autrice di gialli e di teatro aveva effettivamente sottoscritto una petizione presentata direttamente al Papa. I firmatari erano personalità della cultura inglese, non tutti cattolici, non tutti cristiani, che avevano appoggiato la Latin Mass Society, attiva da qualche tempo sia in funzione antianglicana che per la preservazione del latino nei Paesi occidentali. Per enfatizzare la grazia, si raccontò che la firma di Agatha Christie fu l'unica ad essere stata riconosciuta dal Papa che, sorpreso, concesse l'indulto!
Frattanto, a quei tradizionalisti inglesi se n'erano aggiunti altri, di movimenti sorti in tante aree cattoliche del mondo, che assunsero prassi liturgiche e idee diverse. Non ci fu solo il più noto fenomeno elvetico-francese di mons. Lefevre! Per tutti, nel 1988, Giovanni Paolo II intervenne col m.p. “Ecclesia Dei”. Nel 2007 intervenne ancora Benedetto XVI, il quale estese  a tutti i parroci la facoltà di concessione della celebrazione della Messa tridentina per i vari gruppi in tutto il mondo cattolico.
Ma lo scorso 16 luglio il Papa Francesco, col motu proprio "Traditionis custodes" e una sua lettera accompagnatoria, ha riaffidato ai Vescovi e al controllo della Santa Sede la facoltà di poter celebrare secondo il rito tridentino, chiamato con speciale precisione nel documento “secondo il messale di Giovanni XXIII”, come per alludere che la tradizione liturgica fruibile sarebbe stata comunque quella più recente, rispetto all'idealizzato Concilio di Trento.
E i Papi da dove sono partiti, pur arrivando a scelte diverse? Dalla costituzione conciliare Sacrosanctum Concilium, l'unico documento portato in aula conciliare da Papa Giovanni e il primo promulgato da Paolo VI il 4 dicembre 1963, coi voti quasi unanimi dei Padri conciliari. Fu, e rimane questo il fondamento di tutte le riforme liturgiche e le prassi pastorali, sulla base delle quali viviamo messe e sacramenti noi cattolici oggi, ovunque nel mondo. Vorrei rimarcare che una costituzione, sottoscritta dal Papa e dai vescovi in concilio, è il più alto livello di magistero e di consapevolezza ecclesiale. E tanto vollero fare.
Però, con un po' di realismo proiettato sul passato, oltre che sul contesto conciliare, va ricordato che San Pio V il “suo" messale tridentino lo pubblicò nel 1570, a compimento dell'opera di tre suoi delegati (incaricati di recuperare i testi antichi), a concilio chiuso dal 1563, controriforma della Riforma protestante. A seguire, a metà dell'Ottocento, non si può non ricordare come tanta teologia e spiritualità seguì il pensiero dell'abate Guéranger sull'eresia antiliturgica e che il fermento del rinnovamento progredì col Movimento Liturgico dal 1909, tutti impegnati a confrontarsi coi testi della Chiesa subapostolica e dei Padri. Quegli studi confluirono nelle notevoli riforme liturgiche di Pio X e Pio XII. Su questa sostanziosa scia di rinnovamento (teologica, pastorale, biblica, spirituale), Papa Giovanni XXIII compì ulteriori riforme di calendario, breviario e liturgia, approdando all'ultima edizione del Messale latino, quella del 1962, a Concilio già indetto (25 dicembre 1961).
Quindi, come mai quanto sancito dal Concilio, e preceduto da poderose elaborazioni e riforme, fu derogato dai Papi per Agatha e... i tanti altri arrivati dopo, nonostante la Sacrosanctum Concilium? Semplifico con due risposte: per il pericolo di scisma dei tradizionalisti (e conservatori? e reazionari?) e per gli squilibri e ritardi nell'attuazione delle varie riforme conciliari.
Adesso, su tutte queste vicende cosa dice di fare Papa Francesco? In pratica spinge a dir messa col vecchio rito il meno possibile e articola una serie di verifiche nei confronti di quanti vogliono continuare a celebrare secondo quella tradizione, affinché riconoscano la validità della Sacrosanctum Concilium, cioè del perno del Concilio e della lex orandi della Chiesa.
Il documento pontificio esordisce affermando che nella Chiesa “traditionis custodes”, i custodi della tradizione, sono i Vescovi in comunione col Vescovo di Roma. E lo ha detto citando la Lumen gentium, la costituzione dogmatica sulla Chiesa. In un documento pragmatico è una dichiarazione di peso: si fa quella Chiesa che fa Eucaristia se si è in comunione coi Vescovi e col Papa. Si può essere credenti autentici in mille modi che solo Dio può giudicare; tutte le riserve sui vescovi e sui papi non riguardano solo il Medioevo e il Cinquecento; possono essercene nell'attualità e chi le esprime vivrà un suo travaglio. Ma la dimensione ecclesiale della fede, con le testimonianze e le conversioni necessarie per conformarsi al Vangelo, devono avvenire nel cammino di questa Chiesa.   
E se un “motu proprio” non poteva spiegare più di tanto il valore della “tradizione” cui si riferiva, il rinvio al suo valore fondativo (e vincolante nella fede) non è implicito, è presupposto. Perché nel cristianesimo c'è una sola TRADIZIONE, quella fondata nell'esperienza tra Gesù e gli Apostoli, rivelazione conclusa nel mandato pasquale, che dagli Apostoli è stata consegnata con fedeltà (a Gesù) e singolarità (quel Collegio è unico perché fondato da Gesù; i vescovi non sono gli Apostoli) alla Chiesa di Gesù di generazione in generazione. E così questa TRADIZIONE è arrivata fino a noi, grazie all'evangelizzazione e ai sacramenti. Questa Tradizione è solo custodita dal Magistero ma è destinata ad essere accolta e vissuta da tutti. Perché la Parola e il dono di Dio sono per tutti e sono irrevocabili.
Noi però purtroppo, noi opinione pubblica e fedeli, abbiamo scarsa percezione della Tradizione Apostolica; e del Magistero ne sappiamo più dai media che dall'interno. Così siamo quasi costretti a convivere con questi tradizionalisti e ci confrontiamo noi stessi con tante nostre tradizioni cristiane, colme di santità e di tanto altro. E ci sembra incomprensibile che ci possano essere dei vincoli di comunione o di esclusione in base alla tradizione liturgica.
Quindi è opportuno e legittimo chiedersi: ma queste tradizioni che considerazione meritano? Sono solo fenomeni originati dal sentimento religioso, analoghi alle varie consuetudini, memorie e abitudini sociali, che si sviluppano e tramandano tra gruppi e popoli con una loro persistenza, per rafforzare le varie appartenenze, per avere successo o primeggiare? O sono una esperienza così intensa da non poter vivere senza di esse? Ci sembra agevole constatare che lungo la storia del cristianesimo molti di questi fenomeni hanno perduto il fondamento, e da un pezzo! Cosicché alcune tradizioni si sono connotate da tante impositività o paternalismi o fissismi incongrui, che le generazioni successive si sono impegnate a distruggere e detestare, in nome di una nuova unità o di esperienze autentiche, non senza eccessi, a loro volta.
E spesso le cose logore dei vecchi, finalmente dissolte, hanno favorito nuove chimere.
Non sembra che, nella liturgia in specie, sia questione di equilibri da trovare o da ripristinare. Si potrà uscire da questa impasse non evangelica e antiecclesiale? Su quale base più solida costruiremo legami solidali coi tradizionalisti troppo convinti e con gli innovatori ansiogeni delle nostre comunità?
San Vincenza di Lerino nel 434, di fronte alle eresie e alle inimicizie persistenti nonostante il Concilio di Efeso, auspicando il progresso e la comprensione dei singoli come dei gruppi in una identità di significati e di contenuti fondata su Gesù e gli Apostoli, estese questo suo canone, pensato all'origine nella sua comunità cenobitica: “anche nella Chiesa ci si deve preoccupare molto che ciò che noi professiamo sia stato ritenuto tale ovunque, sempre e da tutti”.
E proprio ieri l'Arcivescovo Delpini a Seveso ha predicato così a commento della Parola di Dio festiva: “Forse non è il canto delle cicale, non ha il tono perentorio e seducente del padrone del mondo, ma lo Spirito di Dio continua a visitarci e ci ricorda tutte le parole di Gesù, la promessa di Dio. Non solo una parola o un canto, ma una storia. Gesù annuncia la promessa di Dio come via da percorrere per condividere la sua storia, cioè la sua vita”. E ha concluso: “...la Sua promessa ci accompagna nelle tribolazioni, ci permette di guardare nel presente e nel futuro per riconoscervi la rivelazione della potenza di Dio che convince e sostiene la missione”. Bisogna resistere alla tentazione di dire agli altri come dovrebbero essere o cosa dovrebbero fare; questa fiducia è di più di tante tradizioni o innovazioni.

don Enrico

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